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L'esercizio del diritto di difesa può sfociare nel reato di calunnia

Il diritto di difesa riconosciuto all'imputato e all'indagato dal sistema penale italiano ben può essere esercitato avvalendosi delle facoltà allo stesso riconosciute dal codice vigente. 

L'imputato può negare i fatti che gli vengono contestati, fornendo una ricostruzione alternativa rispetto a quella prospettata dalla Pubblica Accisa, ma può avvalersi anche della facoltà di non rispondere o addirittura di mentire, soprattutto quando il procedimento penale è alle prime battute e non ancora è ben chiaro e definito il quadro accusatorio.

Si badi, però, che il diritto al silenzio, così come quello di mentire, non può mai essere esercitato dall'indagato o dall'imputato con iniziative finalizzate a coinvolgere l'accusatore in specifiche incolpazioni. 

La Cassazione ha infatti più volte ribadito, in tema di rapporto tra diritto di difesa e accuse calunniose, che  l'imputato, nel corso del procedimento  instaurato a suo carico, può negare, anche mentendo, la verità delle dichiarazioni a lui sfavorevoli, ma commette il reato di calunnia quando non si limita a ribadire la insussistenza delle  accuse a lui addebitate, ma assume ulteriori iniziative dirette a coinvolgere l'accusatore - di cui pure conosce l'innocenza - nella incolpazione specifica, circostanziata e determinata di un fatto concreto (Sez. 6, sent. n. 18755 del 16/04/2015, P.O. in proc. Scagnelli, Rv. 263550).

Se da un lato non esorbita dai limiti del diritto di difesa l'imputato che, in sede di  interrogatorio, definisca, sia pure per implicito, falso un atto di polizia giudiziaria solo per quanto attiene alla veridicità della denuncia a sua carico in esso contenuta, dall'altro commette il delitto di calunnia l'imputato che neghi la propria sottoscrizione sul verbale tacciato di falsità, accusando in tal modo di falsità ideologica i verbalizzanti.


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